Ex OPG

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E’ vero che una struttura lasciata a se stessa degrada sempre con una velocità  impressionante, però è anche vero che 10 anni di abbandono non bastano a nascondere la natura vera di un ambiente. Duro, asettico, semplice quasi alla follia, ma non solo, è l’idea propria di reclusione che in questo luogo, come del resto in tutte le ex strutture adibite a contenere i malati di mente, hanno risentito di un concetto di “comodità” del tutto personale. Come in ogni luogo quello che fa la differenza sono i dettagli, è facile infatti notare i muri scrostati o gli impianti ormai disfatti, l’incuria è la naturale fine per ogni struttura che deve essere dimenticata; ma attraverso i dettagli è possibile, forse, capire un po’ meglio l’ambiente nel quale i carcerati, in questo caso, si muovevano.

Un capitolo a parte poi va riservato alle finestre, da sempre elemento per me fascinoso, che in questo contesto acquisisce un significato particolare. Da sempre unico pertugio per il rinchiuso a cui rivolgersi per avere un contatto con l’esterno. Un contatto ovviamente che non può e non deve arrivare.
Guardando però questi infissi, tutti estremamente diversi fra loro, prende un po’ quella malinconia da solitudine.
Reti e grate sono le tende di queste finestre che non impediscono alla luce di entrare troppo forte negli ambienti, ma precludono ogni possibilità  di passaggio verso l’esterno.

EX OPG
L’edificio appartiene dal 1675 ai Padri della Missione che ne fecero il proprio convento, ultima struttura conventuale di Reggio Emilia. Al 1751 risale un intervento generale di rifacimento del convento i cui lavori di ristrutturazione e ampliamento sono affidati all’architetto Giambattista Cattani detto Cavallari e autore anche dell’oratorio del Cristo e della chiesa di S. Agostino. In tale occasione viene chiusa la parte occidentale dell’odierna via Franchi e incorporata nella costruzione. La Casa dei Missionari viene chiusa nel 1796 in seguito alla soppressione di gran parte degli ordini religiosi e all’inizio dell’Ottocento viene incamerata dal demanio e destinata a carcere correzionale ed in seguito a ospedale psichiatrico giudiziario. Comprende inoltre quattro padiglioni edificati nei primi decenni del 900, un fabbricato accessorio (ex alloggio del direttore) ed un’adeguata area cortiliva; il tutto racchiuso da alte mura perimetrali, che lo rendono in gran parte precluso alla vista dall’esterno e scarsamente accessibile.


ENGLISH

It’s true that a structure left to itself degrades with an impressive speed, but it is also true that 10 years of neglect are not enough to hide the true nature of an environment. Tough, aseptic, simple almost to madness, but not only, the idea of his imprisonment, which in this place, as in all former structures used to contain the mentally ill, have suffered from a very personal concept of “comfort”.

As in every place what makes a difference are the details, it is easy to notice the peeling walls or installations which are disheveled, the neglect is the natural end of each structure meant to be forgotten, but through the details you can, perhaps, understand a little better the environment in which the prisoners, in this case, moved.

A separate chapter is reserved to the windows, always a fascinating part for me, witch in this context acquires a special significance. Always the only opening for the confined to go to for a contact with the outside world. A contact that of course cannot and must not be made.

However, looking at these frames, all so very different form one another, fills you with a form of melancholic solitude.

Nets and grilles are the tents of these windows that do not prevent light from enter brutally in the environments, but preclude any possibility of moving out.

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